Bautista Agut, la misura del professionista: da Alcaraz “essere di luce” al ritiro di un campione rispettato da tutti
Durante la Copa Cap Cana, Challenger disputato sul cemento nella Repubblica Dominicana all’inizio di marzo, Roberto Bautista Agut ha parlato a Clay con la lucidità che ha sempre contraddistinto la sua carriera, soffermandosi sulla gestione del fisico, sul rapporto tra tennis e famiglia, sulla Coppa Davis e sulla nuova generazione spagnola. Poche settimane più tardi, il 16 aprile, due giorni dopo il suo 38° compleanno, lo spagnolo ha annunciato che quella in corso sarà la sua ultima stagione, spiegando di voler “iniziare a dire addio” e vivere ogni torneo fino all’ultimo punto. Hay decisiones que no son fáciles, pero que nacen desde la serenidad y el corazón…There are decisions that aren't easy, but they come from serenity and the hear…#HastaElUltimoPunto pic.twitter.com/MIShpzF435— Roberto BautistaAgut (@BautistaAgut) April 16, 2026 “Carlitos è un essere di luce” Roberto Bautista Agut non è mai stato un uomo da iperboli. La sua carriera, del resto, è stata costruita su un’altra grammatica: sobrietà, lavoro, costanza, misura. Colpisce dunque la definizione scelta per Alcaraz: “Lo chiamo un essere di luce”. Una frase poetica, per un giocatore che ha sempre dato l’impressione di preferire la concretezza del campo a ogni forma di enfasi. Bautista non si riferisce soltanto al livello tecnico del murciano, né ai risultati già straordinari raggiunti in giovanissima età, parla della sua energia, del suo carisma naturale, della capacità di irradiare positività su chi lo circonda. Secondo Bautista, Alcaraz sarebbe stato “un fenomeno in qualsiasi disciplina”, e la fortuna del tennis spagnolo — ma anche del tennis in generale — è che abbia scelto proprio questa strada. La precisazione su Alcaraz e la maturità dei campioni Nell’intervista a Clay, Bautista è tornato anche sulle polemiche nate attorno a una sua frase pronunciata lo scorso anno a Madrid, quando aveva detto di non credere che Alcaraz potesse vincere Slam “andando a dormire alle sette del mattino”, in riferimento a qualche uscita notturna del murciano. Il valenciano ha chiarito che le sue parole erano state in parte deformate: non voleva mettere in discussione la grandezza di Carlos, ma sottolineare una regola fondamentale del tennis d’élite, dove per vincere e restare al vertice servono lavoro, disciplina e dedizione. Da qui è facile comprendere la visione del tennis di Bautista. Il talento, da solo, non basta: va accompagnato da rigore quotidiano e capacità di capire cosa richieda ogni fase della carriera. Ed è proprio dentro questa cultura del lavoro, la stessa che ha reso Nadal una leggenda, che Bautista colloca anche Alcaraz, già abbastanza maturo da sapere quali compromessi il vertice non concede. Le qualità che Bautista riconosce come indispensabili — professionalità, sacrificio, rigore quotidiano — sono le stesse che hanno fatto di Rafael Nadal una leggenda. Esiste così una comune cultura del lavoro, che in alcuni casi incontra il talento eccezionale e produce un campione irripetibile, in altri sostiene carriere lunghe, solidissime e di altissimo valore. Bautista si sofferma anche su un tema molto dibattuto come la gestione emotiva di Carlos Alcaraz dopo la separazione da Juan Carlos Ferrero, mostrando ammirazione: per ottenere i risultati raggiunti in quella fase con continuità servono grande compostezza, autocontrollo e maturità interiore. “Probabilmente gestisce certe cose dentro di sé”, osserva Bautista. Il corpo a 38 anni, l’esperienza come alleata L’altro grande tema è il tempo, quello concreto del corpo di un tennista vicino ai quarant’anni. Bautista lo sa benissimo: a 23 anni si recupera meglio, ma con l’esperienza si impara a conoscersi, a gestire allenamento, recupero e rendimento. Una risposta che riflette la sua carriera: non un talento precoce, ma un professionista cresciuto progressivamente, attraverso la consapevolezza sempre più profonda del proprio tennis e del proprio fisico. In questo senso, la sua longevità è il frutto di un percorso metodico che gli ha permesso di restare competitivo anche in un tennis sempre più esigente dal punto di vista atletico. La Davis Cup come origine e come possibile ultimo richiamo Durante l’intervista Bautista dice una cosa che aiuta a capire molto della sua identità: la decisione di giocare a tennis nacque da bambino, guardando proprio la Davis in televisione. Quando gli viene chiesto se, in caso di chiamata di David Ferrer per la sfida contro il Cile, partirebbe, la risposta è immediata: “Penso di sì”. La Davis, del resto, occupa un posto speciale anche nella memoria collettiva legata a Bautista. Nel 2019 fu uno dei protagonisti del trionfo spagnolo, dentro una settimana emotivamente potentissima, resa ancora più intensa dalle circostanze personali che stava vivendo. In quell’edizione Nadal firmò gran parte dei punti decisivi, ma il contributo di Bautista fu uno dei simboli più forti dell’intera cavalcata, culminata in quella che resta ancora oggi l’ultima Insalatiera conquistata dalla Spagna. Una carriera costruita senza scorciatoie Bautista Agut non è certamente stato un predestinato mediatico, né un enfant prodige proiettato subito verso i vertici. La sua è stata una carriera edificata gradualmente. Ha debuttato nel tour principale a 21 anni, a Valencia. Ha giocato il primo Slam a 23 anni, agli Australian Open. Nello stesso periodo è entrato nei primi 100. Bautista si è costruito un mattone alla volta, attraverso Challenger, tornei minori, progressi graduali, consolidamento tecnico e mentale. La svolta vera arriva nel 2014. A Melbourne batte Juan Martin del Potro in cinque set, un successo che gli offre improvvisamente un’altra visibilità. Pochi mesi dopo raggiunge la semifinale al Masters 1000 di Madrid, eliminando Tommy Robredo e Fernando Verdasco prima di arrendersi a Rafael Nadal. Nello stesso anno conquista il primo titolo ATP a ’s-Hertogenbosch, superando Benjamin Becker. È il punto in cui il circuito capisce che Bautista non è più solo un onesto mestierante da tabellone, ma una presenza stabile, difficile, scomoda per tutti. Dodici titoli, un Masters 1000 sfiorato, la top 10 Da lì in avanti la sua carriera prende una forma chiarissima. Bautista diventa uno dei giocatori più affidabili del tour, un professionista da ranking alto, da seconda settimana Slam, da semifinali e finali importanti, da rendimento distribuito nell’arco della stagione. In totale 12 titoli ATP, 11 finali perse e 27 settimane in top 10, con il best ranking di numero 9 del mondo a cui si aggiunge anche la finale raggiunta a Shanghai nel 2016, quando sfiorò il Masters 1000 arrendendosi solo ad Andy Murray. Dati che raccontano molto bene la sostanza del personaggio. Non ha avuto il picco abbagliante e continuativo dei più grandi, ma ha occupato con pieno merito il piano nobile del tennis mondiale per tanti anni. Un tennis classico e modernissimo insieme Dal punto di vista tecnico, Bautista è un giocatore molto rappresentativo del tennis spagnolo, ma con caratteristiche che gli hanno consentito di essere estremamente competitivo anche sul duro, anzi spesso soprattutto sul duro. Palleggio solido da scuola iberica, grandi gambe, colpi piatti e penetranti, pochi errori gratuiti, altissima affidabilità da fondo, enorme capacità di far giocare una palla in più all’avversario senza limitarsi a contenere. È un tennista privo del colpo “manifesto” che conquista gli highlights, ma proprio per questo difficilissimo da affrontare. Toni Nadal lo ha sintetizzato con una frase perfetta: “Con lui bisogna vincere ogni singolo punto”. Bautista non regala nulla. Ogni quindici deve essere conquistato. Ogni partita una prova di pazienza, precisione e durezza mentale. E se il duro è stato il suo habitat più produttivo, anche l’erba gli ha regalato soddisfazioni straordinarie. Il dato sul rendimento complessivo su questa superficie, superiore al 67%, è il segno di una adattabilità spesso sottovalutata. Wimbledon 2019, il vertice della carriera Il picco tecnico e simbolico della sua carriera resta la semifinale a Wimbledon del 2019. Un percorso magnifico, costruito senza perdere set fino ai quarti, dove supera Guido Pella dopo aver ceduto il primo parziale del torneo. In semifinale trova Novak Djokovic, futuro campione, e si ferma lì. Ma quella corsa basta a fissarlo per sempre in una dimensione diversa. Perché Wimbledon 2019 non è solo il miglior risultato Slam di Bautista. È anche il momento in cui tutto il mondo del tennis sembra riconoscerne apertamente il valore. Djokovic lo definisce “molto sottovalutato”, “molto consistente, molto intelligente e uno che non perde mai il controllo”. Roger Federer lo descrive come un “tipo duro”, per cui prova grande rispetto. Le battaglie con Murray Un altro capitolo notevole della sua carriera riguarda Andy Murray. Bautista è stato, in qualche modo, parte di due momenti fortemente simbolici del percorso dello scozzese. Il primo all’Australian Open 2019, in quella che molti immaginavano potesse essere l’ultima partita della carriera di Murray: ne uscì un match drammatico, lunghissimo, intensissimo, protrattosi per 5 set. Il secondo quattro anni dopo, di nuovo a Melbourne, quando Murray arrivava già provato da due match estenuanti conclusi entrambi al quinto set: anche lì, in un’altra sfida durissima, la resistenza e il mestiere di Bautista riemersero in tutta la loro evidenza: “Sento di aver dato tutto quello che avevo a questo evento. Quindi ne sono orgoglioso. In fondo, in qualsiasi cosa tu stia facendo, è davvero tutto ciò che puoi fare. Non puoi sempre controllare il risultato. Non puoi controllare quanto bene giocherai o l’esito finale. Puoi controllare l’impegno che ci metti, e io ho dato tutto quello che avevo negli ultimi tre incontri”, dichiarò Murray. Essere associato a un giocatore come Murray, per tenuta mentale, lavoro, applicazione ossessiva al mestiere, dice molto della collocazione di Bautista nell’immaginario del circuito. Non il più appariscente, ma uno dei più seri, rispettati e difficili da battere. L’eredità di Bautista Agut Quale eredità lascia Roberto Bautista Agut? Non quella del campione che ha cambiato la storia del tennis, ma qualcosa di forse ancora più prezioso per chi il tennis lo osserva nella sua totalità: l’esempio del professionista pieno, integro, affidabile, credibile dall’inizio alla fine. In un’epoca spagnola dominata dalla grandezza irripetibile di Nadal e ora accesa dal genio precoce di Alcaraz, Bautista ha incarnato alla perfezione la stessa cultura di fondo: disciplina, durezza, serietà, capacità di stare ogni giorno dentro il lavoro. Uomo di poche parole, sguardo fisso, vita da professionista. Roberto Bautista Agut lascia il tennis dopo averne interpretato fino in fondo le regole non scritte. E non è poco. Anzi, è moltissimo. I 12 titoli ATP di Roberto Bautista Agut TorneoAnnoSuperficieAvversario in finale’s-Hertogenbosch2014ErbaBenjamin BeckerStoccarda2014Terra battutaLukas RosolAuckland2016CementoJack SockSofia2016CementoViktor TroickiChennai2017CementoDaniil MedvedevWinston-Salem2017CementoDamir DzumhurAuckland2018CementoJuan Martin del PotroDubai2018CementoLucas PouilleDoha2019CementoTomas BerdychDoha2022CementoNikoloz BasilashviliKitzbühel2022Terra battutaFilip MisolicAnversa2024CementoJiri Lehecka ...